ANCHE IL VICE PRESIDENTE CSM E IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA EVIDENZIANO CRITICITA' SULLA RIFORMA DELL'O.P.. ECCO ALCUNE DICHIARAZIONI SULLE AGENZIE

CARCERI: LEGNINI (CSM), RIFORMA PENITENZIARIA CORAGGIOSA MA DI ARDUA ATTUAZIONE = 'Matura ma non priva di punti di complessa lettura' Roma, 5 feb. (AdnKronos) - "Una riforma coraggiosa e matura, non priva di punti di complessa lettura e forse di ardua attuazione, ma che si muove lungo il solco delle migliori riflessioni della cultura giudiziaria e accademica". Così il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini descrive la riforma organica dell'ordinamento penitenziario, aprendo i lavori del convegno a palazzo dei Marescialli a Roma, dedicato alla commissione mista per lo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza e dell'esecuzione penale, che domani vedrà l'intervento del ministro della Giustizia Andrea Orlando. "La progressiva riduzione della popolazione carceraria, che andava avanti a ritmo sostenuto da alcuni anni, ha subito battute d'arresto, mentre si è assistito all'introduzione nell'ordinamento penale di nuove fattispecie incriminatrici in contraddizione con i principi di residualità, frammentarietà ed eccezionalità del nostro diritto penale sostanziale", osserva Legnini. Tutto ciò, riflette il vicepresidente del Csm, "è accaduto mentre anche la magistratura di sorveglianza ha vissuto gli effetti della lunga sofferenza della contrazione di organici e risorse strumentali nonché di personale amministrativo; un disagio che comincia ad attenuarsi soltanto da pochi mesi, ora che si concretizzano i primi risultati degli investimenti compiuti dal Ministero nel reclutamento delle risorse umane in magistratura e del personale amministrativo". (segue)

CARCERI: LEGNINI (CSM), RIFORMA PENITENZIARIA CORAGGIOSA MA DI ARDUA ATTUAZIONE (2) = (AdnKronos) - Per Legnini, "occorre agire per mettere in sicurezza i risultati conseguiti in questi tre anni, un obiettivo che vede il Consiglio superiore della Magistratura attivo e in prima linea". Ricorda il vicepresidente del Csm: "La magistratura di sorveglianza ha già visto crescere la sua funzione e ancora di più ciò avverrà quando la riforma sarà definitivamente approvata. Essa è caratterizzata da una forte specializzazione, che non deve mai trasformarsi in chiuso specialismo".

Carcere e detenuti stranieri: ecco cosa cambia con la riforma

Tecnologia, tutela dei diritti e maggiore comunicazione con gli operatori e le famiglie per rispettare il dettato costituzionale e garantire sicurezza. Intervista a Paolo Borgna, procuratore aggiunto al tribunale di Torino, componente della commissione Giostra e coordinatore del Tavolo “Stranieri” degli Stati generali

www.redattoresociale.it 05 febbraio 2018  TORINO – La riforma del sistema dell’esecuzione penale vista da un pubblico ministero. Quali sono i punti di forza e le criticità dei decreti all’esame delle Camere? Cosa è rimasto fuori e cosa cambia per i detenuti stranieri? Procuratore aggiunto al Tribunale di Torino, componente della commissione Giostra sulla riforma dell’Ordinamento penitenziario e coordinatore del Tavolo 7 sugli Stranieri nell’ambito degli Stati generali, Paolo Borgna fa il punto sul complesso percorso avviato per restituire dignità al sistema carcere e all’esecuzione della pena in Italia.
Quali sono i punti di forza e le criticità dei decreti all’esame delle Camere?
In linea generale, la riforma aggiorna i principi della legge penitenziaria del 1975, alla luce della nuova realtà del carcere rispetto a quella di 40 anni fa. Basti pensare che all’epoca gli stranieri presenti nelle carceri erano l’uno per cento, mentre ora sono il 33 per cento (19.745 su un totale di 57.608 detenuti presenti al 31 dicembre 2017 n.d.r.). Oppure, si pensi alle innovazioni tecnologiche e ai diversi modi di comunicare e rendere possibili i colloqui con le famiglie. Inoltre la riforma tiene conto della giurisprudenza costituzionale ed europea degli ultimi anni. Non dimentichiamo che nel 2013 l’Italia fu messa sotto tutela dalla nota sentenza Torreggiani per le condizioni delle carceri e gli spazi destinati a ciascun detenuto.
Ma i principi ispiratori sono quelli della legge del ’75 e, a ben vedere, quelli sanciti nella Costituzione che indica, come finalità della pena, la ‘rieducazione del condannato’ e bandisce tutti i ‘trattamenti contrari al senso di umanità’, vietando non solo ogni violenza fisica ma anche morale. La filosofia ispiratrice della riforma del ‘75 era riassumibile in poche parole: il detenuto, pur essendo privato della libertà personale, deve poter mantenere il più possibile i legami con la società, a cominciare dalla famiglia; non deve perdere il diritto alla speranza; deve poter studiare e, volendo, imparare un lavoro.

Cosa cambia in questo senso con la riforma?
La riforma rinverdisce questi principi superando rigide presunzioni legali di irrecuperabilità sociale, rendendo più facili i colloqui, anche per via telematica, facilitando la possibilità di accedere alle informazioni, prevedendo un nuovo permesso per ragioni familiari di particolare rilevanza e favorendo le attività riparative in favore della vittima del reato.
Stranieri ed esecuzione penale: quali sono le novità che si vogliono introdurre?
La possibilità di avere colloqui via Skype riguarda tutti i detenuti ma, ovviamente, interessa soprattutto gli stranieri che spesso non hanno possibilità di usufruire di colloqui e di mantenere i contatti con la famiglia, considerati uno dei pilastri del mantenimento dei contatti con la società esterna, al fine del reinserimento. Ecco, dunque, un esempio tipico di come un principio della riforma del ’75 viene riattualizzato in considerazione del mutato contesto carcerario e delle innovazioni tecniche.
Ma la novità più significativa è la maggiore presenza in carcere dei mediatori culturali, resa possibile dall’inserimento di questa figura tra quelle dei professionisti ed esperti di cui già l’amministrazione penitenziaria poteva avvalersi. La presenza dei mediatori è essenziale per supplire alle difficoltà di comprensione del sistema giudiziario e all’assenza di legami con il mondo esterno: ostacoli all’integrazione del detenuto e fonte di rischio di radicalizzazioni assai frequenti in carcere, come purtroppo ci insegna l’esperienza francese.

Cosa, di importante, è rimasto fuori dai decreti rispetto alle proposte della Commissione per quel che riguarda gli stranieri?
La Commissione aveva proposto che insieme ai cappellani di culto cattolico fossero presenti in carcere anche i ministri e le guide di culto di tutte le confessioni che avessero stipulato intese o accordi con le amministrazioni dello Stato italiano. Era una proposta di riforma non solo fedele all’articolo 8 della Costituzione (‘tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge’) ma che fotografava la nuova realtà delle carceri. Ancor più, se sapientemente utilizzata, poteva costituire un serio antidoto ai rischi di radicalizzazione. I decreti legislativi approvati dal Consiglio dei Ministri non hanno, per il momento, accolto la proposta. Se, come penso, tale mancato accoglimento è dovuto soltanto al timore di nuove spese, connesse alla predisposizione dei locali, spero che l’innovazione possa trovare spazio in un prossimo intervento del Governo.
Tribunali e procure sono pronti a recepire le novità introdotte dalla riforma?
La riforma non comporta particolari aggravi di lavoro per le Procure. Anzi, in linea generale, prevede la semplificazione di alcuni procedimenti.
La riforma non incide sul 41bis. Ma è chiaro a tutti?
No, e come pubblico ministero mi preme evidenziare la totale falsità dell’affermazione, ripetuta da polemiche fondate sull’ignoranza della legge o, peggio, sulla malafede, secondo cui la riforma consentirebbe ai mafiosi di tornare più facilmente in libertà. I decreti legislativi emanati dal Governo non prevedono questo; e, si noti bene, non avrebbero potuto prevederlo perché la legge delega prescriveva di escludere qualsiasi modifica al regime di ‘carcere duro’. Né i mafiosi sono favoriti dal superamento di alcune preclusioni alla concessione di misure alternative. È comunque bene sottolineare che la concessione di pene alternative, oggi maggiormente previste per i reati diversi da quelli di mafia, non è mai automatica: si tratta di una ‘possibilità’ che deve essere valutata, caso per caso, dai magistrati di sorveglianza.
Si badi che gli ‘automatismi’ vengono superati non solo per il divieto di misure alternative ma anche con riferimento alla concessione delle stesse. Ad esempio, è abrogata la legge che consentiva in modo quasi automatico di espiare la pena in detenzione domiciliare; e sono aumentate sia le verifiche per la concessione delle pene extra-murarie (ad esempio, al detenuto è chiesto di impegnarsi concretamente in favore della vittima) sia i controlli sulle condotte dei detenuti ammessi alle misure alternative, coinvolgendo in essi anche la polizia penitenziaria. In sostanza, come efficacemente ha riassunto il Presidente della Commissione di riforma, Glauco Giostra: ‘l’idea è che al condannato si debba dare e chiedere di più’.

Quanto, in generale, è stato ripreso dal lavoro degli Stati Generali e cosa, di rilevante, non è stato recepito?
La riforma attinge ampiamente all’elaborazione culturale degli Stati generali dell’esecuzione penale voluti dal ministro Orlando nel 2015 ma alcuni importanti punti non sono stati accolti. Principalmente, il Governo non ha recepito la proposta, che veniva anche dalla stessa Commissione Giostra, sul riconoscimento del diritto all’affettività, pur specificamente previsto in questi termini dalla legge delega, in sintonia con altre legislazioni europee. E’ un punto delicato, al cui accoglimento ostavano problemi di varia natura, anche di edilizia carceraria, e un’opinione pubblica probabilmente non favorevole. E su cui era facile imbastire, soprattutto in una fase pre-elettorale, prevedibili campagne polemiche. Penso che su questo punto si dovrà tornare, con una riflessione pacata e con un confronto serio con l’opinione pubblica, con tempi più lunghi ma non infinitamente dilazionabili. (Teresa Valiani)

 

Carceri, la riforma al vaglio Camere: entro il 2 marzo atteso l’ok del Cdm

ildenaro.it, 5 febbraio 2018 Va avanti l’iter parlamentare dello schema di decreto legislativo, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri lo scorso 22 dicembre, sulla riforma dell’ordinamento penitenziario. La Commissione Giustizia della Camera dovrebbe votare il suo parere mercoledì prossimo, mentre a Palazzo Madama, la Commissione esaminerà il testo per tutta la settimana, convocando anche in audizione il direttore generale per il trattamento detenuti del Dap, Calogero Piscitello, il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, e il docente di medicina e psicologia dell’università La Sapienza, Stefano Ferracuti.

Il decreto deve essere approvato in via definitiva dal CdM entro il 2 marzo: “Lavoriamo per questo obiettivo”, aveva assicurato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, interpellato in merito a margine dell’Anno giudiziario in Cassazione, il 26 gennaio scorso. La riforma, che si basa sui lavori degli Stati generali per l’esecuzione penale voluti dal Guardasigilli e conclusi nell’aprile 2016, prevede, in particolare, il rafforzamento e l’ampliamento delle misure alternative al carcere, superando automatismi e preclusioni, tranne che per i condannati per delitti di mafia e terrorismo. Si tiene conto delle statistiche secondo cui per chi espia la pena in carcere vi è recidiva nel 60,4% dei casi, mentre per coloro che hanno fruito di misure alternative alla detenzione il tasso di recidiva è del 19%, ridotto all’l% per quelli che sono stati inseriti nel circuito produttivo.

Un’attenzione specifica viene dedicata al percorso riabilitativo del detenuto, attuando pienamente il dettato costituzionale. Per gli addetti ai lavori, il decreto sull’ordinamento penitenziario è un “passo in avanti”, nonostante non manchino criticità: a segnalarne alcune era stato, in audizione alla Camera, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, secondo cui si rischia “un indebolimento” e un “vulnus a un sistema che deve essere di rigidità”.

Un punto critico, aveva rilevato il magistrato, è la possibilità di ammettere alla detenzione domiciliare anche le donne in carcere per mafia che hanno figli di età minore a 10 anni o disabili. “Va considerato che le donne nelle cosche stanno prendendo il posto degli uomini - ha detto de Raho - si tratta di soggetti pericolosi e violenti. Riportarle in famiglia per stare a fianco dei figli sembra un percorso inverso rispetto a quello che si sta facendo nei territori”.

Lo schema di decreto contiene anche novità sulla sanità penitenziaria, con l’equiparazione tra infermità fisica e psichica, volta ad garantire adeguati percorsi rieducativi compatibili con le esigenze di cura della persona. Una previsione importante riguarda poi il regime di semilibertà, con la possibilità di accedere a tale istituto da parte dei condannati all’ergastolo (tranne che per mafia e terrorismo), dopo che abbiano correttamente fruito di permessi premio per almeno 5 anni consecutivi, nuovo presupposto alternativo a quello dell’espiazione di almeno 20 anni di pena.

Attenzione particolare viene data alla socialità del detenuto, con attività comuni, studio, lavoro e anche lo svago, nonché all’alimentazione per i reclusi, estendendo i requisiti del vitto, rispetto a quanto attualmente previsto, in modo da soddisfare le esigenze delle diverse culture ed “abitudini” alimentari. I detenuti vengono tutelati anche da discriminazioni legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale. In linea, inoltre, con le regole europee, si pone in risalto il diritto del detenuto ad essere assegnato ad un istituto prossimo alla residenza della famiglia “fatta salva l’esistenza di specifici motivi contrari”, come il mantenimento o la ripresa dì rapporti con la criminalità comune o organizzata.

Viene consentito l’uso delle tecnologie informatiche all’interno del carcere, anche per i contatti con la famiglia, ad esempio, attraverso l’uso della posta elettronica e dei colloqui via Skype. Sulla riforma si attende ancora il parere che il Csm è chiamato a dare, mentre gli esponenti dell’Anm e della magistratura di sorveglianza hanno già rilevato la necessità di “un investimento forte per le strutture come gli Uffici dell’esecuzione penale esterna, la polizia penitenziaria, gli organici dei tribunali di sorveglianza”.

Il Guardasigilli Andrea Orlando ha sottoposto all’esame del Garante nazionale per i detenuti anche altri schemi di decreto: i testi, inerenti il lavoro per i detenuti, la giustizia riparativa e l’ordinamento penitenziario minorile, sono già stati trasmessi da via Arenula a Palazzo Chigi, ma non sono stati finora esaminati dal Consiglio dei Ministri. Un punto della delega sulle carceri contenuta nella riforma del processo penale entrata in vigore la scorsa estate riguardava anche il “diritto all’affettività” del detenuto: questa parte, però, non ha trovato spazio nei decreti, data la clausola di invarianza finanziaria.

Livorno: il rugby si gioca anche nel carcere di Porto Azzurro

di Roberto Marini

stileliberonews.org, 5 febbraio 2018 L’A.S.D. Etruria Rugby di Piombino nasce nel 1969 per iniziativa di un piccolo gruppo di appassionati, tra cui David Hart, inglese d’origine ma Piombinese di adozione. Passano molti anni e la Società cresce in termini di iscritti, si passa infatti da poco più di 20 atleti nel 1969 ai circa 300 attuali, ai quali vanno aggiunti i membri del consiglio, tecnici, genitori fattivamente impegnati nella gestione societaria.

Ad oggi vengono coinvolte circa 450 persone con squadre giovanili dalla under 6 alla under 20, 2 squadre seniores maschili e da questo anno anche una squadra femminile.

Ma il movimento rugbistico locale non si esaurisce con l’impegno sportivo; dal rugby arrivano spesso messaggi educativi e di integrazione. L’ Etruria Rugby Piombino si è impegnata negli scorsi anni in alcuni progetti a favore del sociale che hanno interessato più di 800 ragazzi delle scuole medie della nostra città: “Rugby Scuola Alimentazione” e “Rugby Scuola Integrazione”. Il primo per educare i ragazzi ad una corretta alimentazione, il secondo per dare uno strumento ulteriore all’integrazione di ragazzi di origine non italiana .

Dallo scorso anno è in atto nel carcere di Porto Azzurro il progetto “Palla difettosa” . Il progetto ha iniziato il proprio percorso dall’idea dell’educatore Paolo Madonni che, insieme a Massimo Mansani e Marcello Serra ex giocatori, ha cominciato, con la collaborazione della direzione del carcere, a spiegare le regole e a giocare a rugby con i detenuti. Il progetto è arrivato a coinvolgere 25/30 ragazzi di età compresa tra i 25 e i 35 anni. Lo scorso anno gli incontri erano limitati a uno a settimana, ma per la prossima stagione potrebbero diventare due. Spesso il concetto di carcere come riabilitazione viene dimenticato; Palla difettosa tende a dare una mano a uomini che hanno solo bisogno di un’altra opportunità per dimostrare la voglia di riscatto sociale.

È uno sport, il rugby, che potrebbe apparire agli occhi di un profano, un guazzabuglio di botte e violenza, ma in realtà riesce ad offrire nuovi ponti di collegamento alla dignità umana. È sorprendente quanto l’onore di appartenere ad un gruppo che suda, soffre e gioisce insieme, unito dai valori di uno sport , possa donare speranza anche a chi vive il dramma del carcere.

Il rugby è uno sport di grande agonismo, dove si gioca fino all’ultimo minuto, ma vincere e perdere hanno lo stesso significato, è uno sport dove le regole ferree impongono una disciplina esemplare, che impone essa stessa un comportamento leale.

Il fair-play, inteso come amicizia, solidarietà, rispetto delle regole, delle decisioni arbitrali e della superiorità dell’avversario. fa parte delle regole e insegna a diventare uomini leali e cittadini migliori. Il rugby ha unito un paese come il Sudafrica, traghettandolo fuori dall’apartheid, può essere anche uno degli strumenti per ridare dignità ai detenuti, alleviare la vita carceraria e, per il futuro, favorire un miglior inserimento nella società civile.

Roma: detenuti del carcere di Rebibbia, c’è chi ride

di Agnese Malatesta

Ansa, 5 febbraio 2018 Corso volontari di yoga della risata, “mi sembra di non essere qui”. “Una risata vi seppellirà” recitava uno slogan politico del passato. Una risata è comunque sempre benefica. E lo è soprattutto in circostanze negative della vita, in situazioni senza possibilità di fuga, anche solo mentali. Come può appunto essere la condizione carceraria. Nell’istituto penitenziario romano di Rebibbia, un gruppo di detenuti si sta affidando alla risata per “evadere”. Lo fa con lo “yoga della risata”, una pratica ideata una ventina di anni fa dal medico indiano Madan Kataria che induce a ridere senza motivo, ricorrendo ad esercizi di rilassamento con un’attenzione al respiro.

Una dozzina di detenuti del G12 nel nuovo complesso del carcere, una volta la settimana, per due ore, si dedica a questa pratica guidata da due giovani volontarie del Vic (Volontari in carcere)- Caritas di Roma: Cinzia Perrotta, 24 anni romana, una laurea in scienza dell’educazione, e Eleonora Giannascoli, 27enne di Teramo, psicologa. A seguire questo percorso sono giovani e meno giovani, per lo più italiani, ci sono ergastolani ma anche detenuti la cui pena è in via di conclusione; il gruppo quindi si modifica, è dinamico condizionato dalle uscite e dalle entrate. “Il progetto - spiega Cinzia - è nato due anni fa. Una quarantina le persone che abbiamo incontrato in questo periodo.

Con molte, anche quelle poi uscite dal carcere, abbiamo mantenuto un rapporto di amicizia. Sappiamo di legami che continuano fra gli stessi detenuti”. “Il principio dello yoga della risata - sottolinea Eleonora - è ridere senza motivo, senza lo stimolo di alcuna comicità. Si ride attraverso esercizi di risate, in gruppo, guardandosi negli occhi e tornando un po’ bambini, cioè recuperando entusiasmo e gioco. Inoltre, si recupera l’attenzione alla respirazione, in quanto la risata non è altro che un’espirazione molto profonda e continuata”.

La risata contribuisce a produrre gli ormoni del benessere, tra cui le endorfine e la serotonina; gli ormoni dello stress, come il cortisolo, invece diminuiscono. “Sono processi fisiologici” affermano le due volontarie citando studi e ricerche che confermano questi meccanismi benefici. “Abbiamo riscontri continui dai detenuti che dopo una seduta di yoga della risata si sentono più leggeri, meno angosciati, le relazioni in cella tendono ad essere più serene. Qualcuno riesce anche a praticare da solo.

Si tratta - dice Cinzia - di un esercizio mentale e fisico che aiuta l’autostima, rallenta le tensioni e migliora l’umore, riescono a dormire meglio. Anche gli agenti ci riferiscono di espressioni facciali più distese dopo la pratica”. Insomma, una tecnica che può aiutare a gestire la tristezza, l’ansia, la paura, emozioni presenti alla potenza in una cella. “Questo tipo di yoga - precisa Eleonora - allena tanto la resilienza. Cercare di ridere, e la risata è contagiosa, rappresenta una sorta di provocazione: ribalta il criterio della pena come punizione”. Per le sedute, sono sufficienti solo dei tappetini: ci si sdraia a terra, o si sta seduti oppure in piedi, ci si guarda negli occhi, si comincia a ridere, una risata autoindotta, piena di vita. “Alcuni detenuti affermano che hanno giocato più con noi in questi incontri che durante tutta la loro vita”.

Quest’anno il progetto, alla terza edizione, si è arricchito di altre attività; non solo yoga della risata ma anche laboratorio visivo, lettura, scrittura creativa, improvvisazione teatrale. “Sono due ore settimanali che i detenuti vivono come una fuga dalle mura del carcere in cui ritrovano emozioni positive e ripetibili”. Uno di loro ha scritto una lettera a Cinzia ed Eleonora: “quando sto con voi a fare yoga della risata mi sembra di non essere qui ma di essere su un’altra galassia, dove c’è gioia, amore, e tutto quello che serve a un essere umano, perciò abbiamo bisogno di voi e che continuiate”.

Frosinone: “dirigo il carcere di Paliano, ma vivo coi detenuti”

di Chiara Daina

Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2018 “Hanno ricostruito tutto, dalle celle agli orti. La prigione ora è una casa”. Nadia Cersosimo ha 52 anni E da undici è a capo del penitenziario in provincia di Frosinone dove risiedono 89 collaboratori di giustizia. Possono frequentare le scuole e hanno una biblioteca a loro disposizione. E tutti hanno un lavoro. “Ogni giorno - racconta la direttrice - imparo qualcosa da chi ha sbagliato”.

Quando è arrivata nella fortezza di Paliano, nel 2006, erano rimasti 29 detenuti. L’unico carcere in Italia, in provincia di Frosinone, esclusivamente riservato ai collaboratori di giustizia da lì a poco sarebbe stato chiuso. Le celle erano fatiscenti e non c’era niente da fare tutto il giorno se non fissare il vuoto. Nadia Cersosimo ha 52 anni, di cui 23 passati a dirigere istituti penitenziari. Oggi, grazie alla sua tenacia, le mura della fortezza che fu della famiglia Colonna, nel cuore della Ciociaria, sono rinate e accolgono 89 criminali che hanno deciso di collaborare con la magistratura.

“È stata una sfida - commenta. Pensavo di restare solo qualche mese ma sono diventati 11 anni”. E il carcere si è trasformato in una casa. “Da tre anni vivo nell’alloggio demaniale sopra il mio ufficio, con le finestre che si affacciano sul piazzale dell’istituto”, racconta. Al mattino scende un piano di scale e passando davanti al laboratorio di cucina dove lavorano alcuni prigionieri sente l’odore dei cornetti appena sfornati. Quando ha cinque minuti liberi entra e suggerisce ricette calabresi, come la pasta al forno con le uova sode, perché lei è nata nella provincia di Cosenza e la sua terra ce l’ha nel sangue. Capita che si metta anche ai fornelli quando ci sono ospiti. E tutte le domeniche va a messa con i detenuti nella cappella interna.

Nadia si è portata anche i suoi genitori dentro il carcere. “Fin quando era in vita mia madre era lei che insegnava ai detenuti a preparare bignè, bocconotti e cannoli”. Tutti i parenti le hanno dato una mano. “Le mie nipoti hanno decorato le pareti della sala colloqui per renderle più accoglienti. Anche le mie sorelle mi hanno aiutato a sistemare il posto. Siamo una famiglia detenuta praticamente”. Sorride. Ma chi glielo ha fatto fare di mollare la città per isolarsi in un carcere di massima sicurezza che stava per cadere a pezzi, incastonato in cima a una collina e circondato da un borgo di un’altra epoca e di poche anime nelle campagne di Frosinone? “A volte me lo chiedo anch’io. Ma non mi sono mai pentita. I miei sforzi sono stati ripagati dai risultati e ogni giorno da chi ha sbagliato imparo qualcosa”.

Non avendo abbastanza soldi per ristrutturare l’antico forte, la prima cosa che ha pensato Nadia è stata quella di mettere al lavoro i detenuti. “Senza la loro manodopera gratuita niente sarebbe stato possibile - sottolinea -. Hanno rifatto le celle, i corridoi, gli spazi comuni e l’area verde, e hanno messo in piedi un sistema di videosorveglianza che sembra assurdo ma in un luogo del genere fino a quel momento mancava ancora”.

Ora a Paliano i detenuti possono frequentare le scuole e hanno una biblioteca a loro disposizione. E tutti hanno un lavoro. C’è chi si occupa dell’orto biologico e chi prepara le conserve di pomodoro. E poi chi bada agli animali. “Abbiamo 200 galline, 70 conigli, sei capre che tengono pulito il giardino lungo il muro di cinta, sei asini, due maiali, un cavallo e fra poco 30 pecore. Vorremmo creare una pensione per cani e un allevamento di fattrici di razze utili alle forze di polizia” spiega Nadia. Insomma dove prima c’erano solo terreni deserti adesso è sorta una piccola azienda. I prodotti sono in venduta nello spaccio interno, solo per i dipendenti della struttura al momento. Chi non lavora all’aria aperta è impegnato in uno dei laboratori. A infornare pizze e dolci. A realizzare piatti e vasi di ceramica. A dipingere icone o lavorare il legno.

Mentre nel carcere di Paliano si compiva un miracolo, lo Stato investiva sempre di meno nella sicurezza e il personale è stato drasticamente tagliato. Fino ad avere meno della metà degli agenti in dieci anni (da 108 a 40). Ma Nadia (che dice che ne servirebbero almeno 30 in più) non si è mai persa d’animo. Direttrice visionaria e instancabile, che tante volte ha coperto il turno in portineria perché chi è andato in pensione non è stato sostituito, è una delle 89 donne a capo di un istituto penitenziario (contro i 56 direttori uomini). Una maggioranza rosa ormai da anni. Nadia è orgogliosa: “Abbiamo una marcia in più. Siamo più empatiche e anche più autorevoli. A noi non serve la voce grossa per farci ascoltare, ci basta uno sguardo. La differenza di genere, soprattutto in un carcere pieno di uomini, è un valore aggiunto. I pregiudizi sono subito vanificati dal lavoro che fai”.

La scorsa primavera Papa Francesco è andato a Paliano (sopra) dopo aver ricevuto una lettera di Nadia. “Mi ha detto ‘lei è come una mamma per i detenuti”. Non ho sentito sminuito il mio ruolo, anzi. Il Santo Padre ha riconosciuto il valore morale di una madre per chi deve riemergere dalla delinquenza. I detenuti si rivolgono a me non solo come direttrice ma anche come persona. Spesso mi coinvolgono nelle loro questioni private, mi chiedono di mediare con le mogli e i figli”. Lei invece è ancora single. “Non perché ho messo al primo posto la carriera. Non è vero che devi rinunciare a tutto per fare bene il tuo lavoro. Io un uomo non ce l’ho perché non ho ancora trovato quello giusto, semplicemente. Ma alle mie nipoti dico sempre, mi raccomando siate autonome anche in coppia, non dovete mai dipendere da un uomo”.

Frosinone: serial killer nel carcere, altre morti sospette

di Angela Nicoletti

frosinonetoday.it, 5 febbraio 2018 Daniele Cestra, accusato di aver assassinato, simulando un suicidio, due compagni di cella, potrebbe aver ucciso altri due uomini. Al via gli accertamenti del medico legale Daniela Lucidi sui resti di un cadavere riesumato di un pugliese di cinquantasei anni.

Diventa sempre più certa la figura di un serial killer nel carcere di Frosinone. Daniele Cestra, il 45enne di Sabaudia, accusato di aver simulato il suicidio, per impiccagione, del suo compagno di cella, l’anziano Giuseppe Mari, di Sgurgola, dopo averlo invece strangolato, è sospettato di altre tre morti analoghe avvenute sempre nell’istituto penitenziario del capoluogo ciociaro.

I sospetti - Le indagini della Procura proseguono senza sosta e il prossimo 12 febbraio a Roma saranno esaminati, dal medico legale Daniela Lucidi, i resti riesumati di un altro compagno di cella di Daniele Cestra, un 56enne di Bari. Il sospetto nutrito dal sostituto procuratore Vittorio Misiti, magistrato titolare delle indagini, è quello che Cestra abbia ucciso anche il detenuto pugliese, strozzandolo, e poi abbia inscenato la stessa farsa attuata con lo sfortunato compagno di cella originario del piccolo paese ciociaro. Un ulteriore colpo di scena è arrivato nei giorni scorsi quando gli agenti della Polizia Penitenziaria della casa circondariale di via Cerreto, hanno notificato all’uomo, detenuto nel carcere di Terni, altri due avvisi di garanzia. L’accusa è sempre la stessa: omicidio volontario. Si sta, infatti indagando, su altre due decessi, apparentemente per suicidio, avvenuti nel braccio dove Mari era rinchiuso e dove svolgeva attività assistenziale.

I precedenti - Una sorta di impulso irrefrenabile quello di cui Mari è soggetto? Lo stesso è in carcere per scontare una condanna a 18 anni per aver ucciso, sempre dopo averla strangolata, un’anziana donna, Anna Vastola, che a 81 anni fu uccisa da Daniele Cestra che era stato sorpreso a rubare in casa. La reazione del ladro, alle urla della pensionata, fu terribile: la strangolò. A sfuggire alla sua furia mortale è stata, nel 2012 e solo per puro caso, un’altra anziana: Settimia Filosa di ottantadue anni. Daniele Cestra con la scusa di darle un passaggio in auto fino a Sabaudia si sarebbe poi appartato con la donna a Baia d’Argento, si sarebbe sbottonato i pantaloni, mostrandole parti intime e poi l’avrebbe rapinata della collana e dei due anelli in oro che indossava. A salvare la donna fu il tempestivo intervento di alcuni passanti che allertarono i carabinieri


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